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Fatturazione Elettronica

Gentile Cliente,

 

da Gennaio 2019 diventerà obbligatoria la fatturazione elettronica verso imprese e privati (già da Luglio, per le imprese che operano nel settore della cessione di benzina e gasolio e per i subappaltatori PA).

 

Center 2000 è pronta: abbiamo la soluzione per te:

IX-FE è il servizio web accreditato distribuito da Arxivar che permette di archiviare/creare, inviare e ricevere, organizzare e conservare a norma le fatture elettroniche.

IX-FE è integrato con i software CENTER 2000 per rendere semplice e veloce la gestione della fatturazione elettronica.

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immagine5FUNZIONALITA’

  • Caricamento* o creazione file XML
  • Verifica e controllo file
  • Firma e trasmissione fatture
  • Gestione ricevute di consegna e notifiche di esito invio
  • Ricezione fatture e invio notifiche di accettazione/rifiuto
  • Consultazione online in anteprima delle fatture ricevute

 

* Opzionale: trasformazione file ASCII o XML non conforme in XML conforme SdI

 

         VANTAGGI
  • Servizio accreditato Sogei ed SdIimmagine6
  • Disponibile da subito e attivabile in pochi passaggi
  • Integrato con Center 2000 (lato attivo e passivo)
  • Integrabile alla piattaforma ARXivar per una gestione FULL DIGITAL
  • Conservazione elettronica a norma accreditata AgID tramite servizio IXCE (obbligatorio a fini civilistici)

 

 

 


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Informativa PRIVACY – Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).

Privacy nuovi obblighi dal 25 maggio.

Il 25 maggio 2018 entrerà in vigore, in tutti i Paesi europei, il nuovo Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati denominato «GDPR: General Data Protection Regulation».

Avremo quindi una normativa uguale in tutti i Paese della comunità, in grado di garantire efficacemente e concretamente il diritto alla tutela del dato personale.

Attenzione: di tutti i dati personali, non solo di quelli sensibili.

NON CI SARANNO PROROGHE

Infatti la scadenza è tassativa perché, trattandosi di un Regolamento dell’Unione Europea, è immediatamente efficace senza necessità di recepimento da parte dello Stato italiano.

COSA CAMBIA

Il Regolamento attua una tutela più concreta del dato personale del cittadino attraverso l’introduzione di limiti chiari e precisi sulla modalità di trattamento (cioè di gestione) del dato sia in Italia che all’estero.

Inoltre stravolge il concetto di tutela passando dall’attuale impianto basato su formalismi documentali e di ruoli ad un sistema basato sulla progettazione della tutela (Privacy by design).

CHI È OBBLIGATO A METTERSI IN REGOLA?

Tutti!

L’art. 2 del GDPR 679/2016 prevede che il Regolamento si applichi al trattamento dei dati personali (cioè del nome, codice fiscale, email, foto, indirizzo, partita iva, dati bancari, ecc.), in formato cartaceo e/o digitale, contenuti in archivio o destinati a esserci in futuro.

È dunque tenuto al rispetto della nuova normativa Privacy qualunque soggetto, sia persona fisica (professionista, medico, fisioterapista, dentista, ecc.), sia persona giuridica (società di persone o di capitali) che tratti dati personali di terzi per fini non personali e domestici.

Ciò significa che sono tenuti al trattamento dei dati personali in modo corretto e aderente al GDPR tutti coloro che svolgono un’attività economica, di lucro e non (comprese le associazioni).

 

Il GDPR si applica anche a società, aziende, imprese ed enti con sede legale fuori dall’UE, che trattano però dati personali di residenti nell’Unione Europea.

QUALI AZIONI INTRAPRENDERE?

È fondamentale effettuare una ricognizione all’interno della propria organizzazione per valutare lo stato dell’arte e valutare le azioni da porre in essere per adeguarsi al nuovo GDPR.

Concretamente, cosa fare?

È necessario verificare chi e come effettua la raccolta dei dati, chi può consultarli e/ o modificarli, come sono conservati, con quali strumenti e con quale diffusione è stata fornita l’informativa ed eventualmente acquisito il consenso al trattamento.

Importante anche analizzare l’organigramma funzionale dei ruoli e degli incarichi.

La mappatura va quindi analizzata alla luce del GDPR e si deve procedere alla redazione di una procedura gestionale che rispetti i nuovi limiti e i nuovi doveri introdotti dal Regolamento.

Questa operazione costituisce la novità essenziale. Solo attraverso l’attività descritta e la successiva progettazione del trattamento sarà possibile dimostrare di aver attuato la sicurezza del trattamento al meglio delle proprie possibilità.

La nuova normativa richiede una serie di attività che, in estrema sintesi, possono essere così riassunte:

  1. Formazione iniziale: organizzare delle brevi sessioni formative per i ruoli apicali della azienda. E’ necessario che le persone chiave delle struttura organizzativa del titolare siano consapevoli dell’impatto che avrà il Regolamento e delle attività da svolgere.
  2. Valutare se l’azienda deve nominare, o ritiene opportuno nominare, il Responsabile della protezione dati. In caso affermativo è necessario Individuare la persona (interna o esterna) che dovrà svolgere tali funzioni (c.d. DPO)
  3. Fare un nuovo censimento di tutti i trattamenti: documentare i dati personali trattati, individuare la base giuridica, verificare la durata della conservazione dei dati e a chi vengo comunicati
  4. Analizzare i rischi che gravano sui trattamenti e predisporre le misure di sicurezza «adeguate»
  5. Per i trattamenti che presentano un rischio elevato per i diritti e libertà delle persone fisiche effettuare la valutazione di impatto (PIA)
  6. Redigere il registro delle attività di trattamento
  7. Aggiornare tutte le informative
  8. Implementare il processo per l’esercizio dei diritti dell’interessato e per la gestione del data breach
  9. Aggiornare le designazioni dei responsabili esterni del trattamento
  10. Formazione finale di tutto il personale

 

PRINCIPI CARDINE DEL REGOLAMENTO

La nuova norma non parla più di misure minime di sicurezza. Sopprime infatti l’obbligo di adozione di misure minime di sicurezza (firewall, backup, ecc.) ma impone la valutazione del rischio rispetto al quale il titolare deve attuare dei comportamenti tutelanti per il trattamento dei dati.

Principio di accountability – art. 24: responsabilizzazione del titolare del trattamento Principio di privacy by design – art. 25: responsabilità progettuale

Quindi dovrà essere comprovata l’organizzazione per garantire la tutela del dato trattato

Principio del diritto all’oblio: possibilità di vedere cancellati i propri dati dal titolare del trattamento compresi i rimandi sui motori di ricerca. Secondo principio (default) – art. 25: obbligo di limitare, in modo predefinito, il trattamento dei soli dati necessari per eseguire il singolo lavoro

INFORMATIVA E CONSENSO

L’informativa deve essere trasparente, comprensibile e completa. Sarà quindi necessario riscrivere le “vecchie” informative alla luce della nuova normativa.

Il consenso deve essere richiesto per specifiche finalità e non in modo generico.

 

QUALI I RISCHI PER CHI NON SI ADEGUA?

Le sanzioni amministrative previste per chi non osserva il Nuovo Regolamento Europeo Privacy possono arrivare fino 20 milioni di euro o fino al 4% del fatturato aziendale registrato nell’anno precedente.

Le sanzioni penali sono in corso di definizione da parte del legislatore italiano.

 

Ci siamo organizzati per potervi supportare in vista dei nuovi obblighi.


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Virus TeslaCrypt 3.0: come riconoscerlo?

Da Sabato 30 Gennaio 2016 è iniziata la propagazione di email con rasomware TeslaCrypt 3.0 verso utenti italiani.

I file verranno cripati con l’aggiunta in coda delle estensioni “.XXX”, “.TTT” e “.MICRO”.

A differenza di vecchie versioni di CryptoLocker e TeslaCrypt al momento non esiste alcuna possibilità di recuperare i propri dati, rendendo di fatto il nuovo rasomware ancora più pericoloso.

Come riconoscerlo?

Alcune email contengono come oggetto il nome del mittente, nel corpo di essa non vi è alcun testo e contiene in allegato un archivio ZIP contenente un file con estensione “.JS”.

Le email possono arrivare anche da contatti noti nella vostra rubrica.

L’estensione .js è sinonimo di Javascript, un linguaggio di programmazione utilizzato come sviluppo di applicazioni e linguaggio di scripting. Attualmente è supportato da tutti i browser web e altri client web.

Fate molta attenzione se ricevete mail con allegati ZIP, contattate in alternativa il mittente per accertare la veridicità dell’allegato.

Lo script se viene aperto causerà il download del trojan TeslaCrypt che infetterà il vostro pc criptando tutti i file possibili.

Come le altre versioni anche con TeslaCrypt 3.0 vi verrà chiesto un “riscatto” per recuperare i vostri dati tramite pagamento in Bitcoin, un pagamento online impossibile da tracciare.

 

Center 2000 S.r.l. consiglia di non pagare nessun riscatto.

Dotarsi di sistemi di backup preventivi che rimane l’unica soluzione per evitare di perdere i dati.

Se non ne avete uno contattateci aggiungeremo anche questo servizio alla vostra azienda.

 

Siamo a vostra disposizione per qualsiasi informazione e assistenza.


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Processo tributario: il contenzioso doganale alla luce delle recenti novità

Il processo di internazionalizzazione, la globalizzazione dei mercati, la richiesta di sempre maggiore competitività, la necessità di ridurre i costi di produzione e l’esigenza di trovare nuovi mercati di sbocco, fanno sì che le imprese debbano conoscere i meccanismi, le tecniche doganali e fiscali delle transazioni commerciali con l’estero al fine di comprendere i limiti ed i vantaggi derivanti dal corretto utilizzo di tali strumenti.

Convenzionalmente, l’accordo che ha segnato un decisivo passo in avanti è stato il Trattato di Roma del 1957.  Al fine di dare attuazione ai presupposti del Trattato di Roma, sono stati emanati due regolamenti comunitari riguardanti, rispettivamente, l’istituzione del Codice Doganale Comunitario:

Reg. CE n. 2913/1992 (d’ora in avanti CDC),
modificato dal Reg. CE n. 450/2008, delle disposizioni di applicazione del succitato codice (DAC) Reg. CE n. 2454/1993 e da ultimo, dal Regolamento UE n. 952 del 9 ottobre 2013 che istituisce il codice doganale dell’Unione (Codice doganale aggiornato, d’ora in avanti CDU) – rifusione Regolamento (CE) n. 450/2008 – formalmente in vigore dal 1° novembre 2013 (la sua piena operatività è prevista a partire dal 1° maggio 2016). Il codice doganale comunitario è il volume nel quale è riunita tutta la normativa doganale, coordinata e armonizzata, con la sola esclusione del sistema sanzionatorio.

La normativa doganale comunitaria riprende, per certi versi, alcuni principi presenti nella disciplina dei singoli Stati membri anche se, per ovvie ragioni di armonizzazione, se ne discosta, in alcuni casi anche dal punto di vista terminologico.

Le principali norme circa l’organizzazione nazionale dei servizi doganali, le misure di vigilanza ed i poteri di controllo, le sanzioni penali e amministrative irrogabili in caso di trasgressione sono invece disciplinate da norme nazionali. La principale norma in materia è il Testo Unico delle Leggi Doganali (TULD) approvato con DPR 23 gennaio 1973 n. 43, e successive modificazioni.

A tal proposito è di rilievo conoscere il ruolo che l’autorità doganale sta sempre più assumendo in termini di controllo circa le questioni di tipo daziario e considerare come il rispetto delle normative nazionali e comunitarie può portare le imprese a operare sui mercati internazionali in modo professionale, evitando di incorrere nel sistema sanzionatorio previsto dall’art. 303 del TULD, così come rivisto dal decreto legge n. 16 del 2 marzo 2012.

Il TULD evidenzia che un’errata dichiarazione in dogana può generare un sistema sanzionatorio, cosiddetto “a scaglioni”, che in alcuni casi può raggiungere delle cifre rilevanti.

Articolo 303 Testo Unico delle Leggi Doganali: il nuovo sistema sanzionatorio

Nello specifico, il nuovo sistema sanzionatorio introdotto dalla riformulazione del terzo comma dell’articolo 303 del Testo Unico delle Leggi Doganali, prevede che se l’errore preso in esame ha determinato un mancato pagamento dei dazi, il sistema sanzionatorio che conseguirà si manterrà tendenzialmente basso laddove la differenza di mancato pagamento del dazio rientra in un campo di variazione ridotto (fino a 500 euro).
Tuttavia l’esperienza ci insegna che nella maggior parte dei casi l’autorità doganale interviene, perché il sistema sanzionatorio per il dazio non pagato supera i 4.000 euro. In questo caso scatta un sistema sanzionatorio che va da 30.000 euro fino a dieci volte l’importo del dazio evaso.

Questa situazione di infrazione può portare a due ordini di problemi:

il primo è costituito dai costi necessari a intraprendere un processo nei confronti della dogana, tra cui ad esempio il supporto legale;
il secondo è relativo al caso di eventuale mancato superamento del contraddittorio da cui ha origine un sistema di recupero dell’importo che la dogana ritiene non conforme.

In questi casi al recupero a posteriori dei dazi si somma il recupero a posteriori dell’IVA; infatti all’atto dell’importazione viene calcolato il dazio e su quel valore si determina la nuova base imponibile su cui viene calcolata l’IVA. Pertanto, un mancato pagamento del dazio implica un mancato pagamento dell’IVA. Di conseguenza al problema doganale si somma anche un contraddittorio con l’Agenzia delle Entrate.

In aggiunta a quanto detto, è utile fare un’ulteriore precisazione: qualora la differenza tra dazio pagato e dazio da pagare superi il 5% si potrebbe configurare un’ipotesi di reato. In tali situazioni, infatti, non vale più il principio di buona fede che negli esempi fatti finora rappresentava una costante.

Cosa può determinare una dichiarazione non veritiera?

Può accadere che la dogana del Paese importatore coinvolga la dogana che ha emesso il certificato di circolazione.
Il mancato rispetto della normativa può comportare un sistema sanzionatorio, evidenziando anche un problema di carattere penale, come il falso in atto pubblico.

Il cliente a cui viene fatta una dichiarazione di origine preferenziale, può, infatti, qualora venga accertata l’indebita dichiarazione, richiedere il risarcimento del danno a seguito della non conformità del prodotto.

Stesso genere di problema può verificarsi anche nel momento dell’import. Se un’impresa importa un prodotto dalla Svizzera e l’operatore doganale svizzero dichiara l’origine preferenziale, la dogana del Paese ricevente può chiedere, a distanza di tre anni, una verifica. Se a seguito di tale verifica l’operatore svizzero non è in grado di dichiarare l’origine preferenziale si rientra nella situazione prospettata dall’art. 303 del TULD, afferente la mancata dichiarazione o dichiarazione difforme o non veritiera, quindi ricalcolo dei dazi e di conseguenza applicazione delle sanzioni oltre al recupero del dazio evaso.

Contenzioso doganale

Altri elementi rilevanti in materia riguardano la procedura del contenzioso come, ad esempio, i modi di intervento e reazione ai P.V.C. Circa il contenzioso doganale la dottrina è molto ampia. Per contenzioso doganale si intende il complesso di organi e procedimenti amministrativi e giudiziali relativi alle controversie tra gli operatori doganali e l’autorità doganale. Tali controversie, nella maggior parte dei casi, hanno origine dalla contestazione di violazioni della normativa doganale comunitaria e nazionale imputate agli operatori da parte dell’Autorità Doganale responsabile. Il contenzioso doganale prevede una fase amministrativa e una eventuale fase giudiziale.

Fase amministrativa

La fase amministrativa o meglio il procedimento amministrativo per la risoluzione delle controversie doganali inizia con una notifica da parte delle Autorità Doganali, nella forma del P.V.C., all’operatore interessato. A seguito di una riscontrata difformità tra il dichiarato e le merci o i documenti presentati, la Dogana emette un processo verbale di constatazione per le violazioni alla normativa doganale. Il documento conterrà:

l’indicazione della generalità delle parti
le ragioni che giustifichino le constatate violazioni della normativa doganale
il termine ultimo entro il quale l’operatore può presentare eventuali osservazioni in sua difesa.

È utile ricordare che la presenza di questi tre requisiti all’interno del P.V.C. è indispensabile ai fini della validità del documento stesso.

L’operatore interessato, laddove ritenga che le contestazioni mosse dalla dogana contro di lui siano inesatte, potrà presentare delle osservazioni in difesa, fornendo la necessaria documentazione a sostegno della posizione assunta.

L’autorità doganale potrà giudicare le osservazioni fondate o infondate.

Nel primo caso il procedimento amministrativo si concluderà senza l’applicazione di alcun tipo di sanzione.
Nel secondo caso si procederà alla rettifica della dichiarazione doganale e all’irrogazione delle sanzioni previste dal TULD.

Fase giudiziale

La fase giudiziale si apre a seguito di una decisione sfavorevole all’operatore doganale, a conclusione della fase amministrativa.

Le decisioni possono essere impugnate entro 60 giorni, presentando ricorso dinanzi alla Commissione Tributaria territoriale.

Trattandosi tuttavia di un processo giudiziale vero e proprio, i tempi previsti per la risoluzione del contenzioso sono più diluiti, le normative nazionali e comunitarie in materia doganale sono spesso soggette a interpretazioni inesatte o inadeguate portando gli operatori, nella maggior parte dei casi, a intraprendere un iter giudiziale lungo, oneroso e gravoso. L’iter giudiziale in casi particolari può portare ad adire la Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Ciò che si intende specificare è che la fase giudiziale non è un passaggio obbligato.

Non è da sottovalutare anche la tendenza, intrapresa con determinazione dal legislatore italiano, a evitare il ricorso alla fase giudiziale per la risoluzione delle controversie doganali. Si intende, infatti, rafforzare la spinta innovativa verso la prevenzione del ricorso giudiziale. È altresì auspicabile che gli operatori privati intraprendano un concreto dialogo con le autorità doganali per mezzo delle osservazioni. Tale strumento è stato promosso con forza dal legislatore anche a seguito delle modifiche apportate all’art. 12 della L. 212/2000 e all’art. 11 del D. L.vo 374/90.

Novità

Attualmente il processo tributario è caratterizzato da un numero elevato di controversie di modesto valore, da una forte richiesta della sospensione degli atti di riscossione da parte del contribuente, da uno scarso utilizzo dell’istituto deflattivo della conciliazione in pendenza di giudizio di primo grado e da un elevato utilizzo della compensazione delle spese di giudizio da parte dei giudici di merito.

La riforma del contenzioso tributario approvata, in via seconda lettura, dal Consiglio dei Ministri del 4 settembre 2015 si riferisce al decreto già approvato nella riunione del CdM del 26 giugno scorso, ma rivisto e corretto in base alle indicazioni emerse in sede di discussione presso le competenti commissioni di Camera e Senato e mira un po’ a ridurre quanto su citato e che caratterizza l’attuale processo tributario.

Si dà, quindi, attuazione all’articolo 10 della legge di delega fiscale (legge n. 23/2014), che reca la delega per il rafforzamento della tutela giurisdizionale del contribuente, da perseguire sia mediante la razionalizzazione dell’istituto della conciliazione nel processo tributario, anche in un’ottica di deflazione del contenzioso, sia tramite l’aumento della funzionalità della giurisdizione tributaria.

Il nuovo testo tiene conto di alcune osservazioni espresse nel parere di Camera e Senato:

l’immediata esecutività delle sentenze a favore dei contribuenti;
in merito all’introduzione del concetto di “lite temeraria” facendo sì che al contenzioso tributario si applicano le stesse regole previste per il processo civile;
è stata soppressa la possibilità, originariamente accordata all’Agenzia, di richiedere la sospensione della sentenza di primo grado per riattivare la riscossione delle somme dovute in pendenza di quel giudizio.

Il reclamo diventa, invece, obbligatorio anche per le controversie tributarie instaurate nei confronti dell’Agenzia delle Dogane e degli enti territoriali.


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Fashion: i mercati trainanti la domanda mondiale nei primi 6 mesi del 2015

In base alle informazioni disponibili nel Sistema Informativo Ulisse, nel primo semestre 2015 la domanda mondiale di Fashion, misurata in termini di importazioni, ha registrato una crescita nei valori in euro del +14.1% (-4.5% in dollari) rispetto al primo semestre 2014.

In modo particolare, gli Stati Uniti sono risultati, anche in questo settore, di gran lunga il principale mercato trainante la domanda mondiale, con un incremento delle importazioni di Fashion nel periodo gennaio-giugno 2015 di quasi 25 miliardi di euro rispetto al corrispondente periodo 2014, pari ad un aumento tendenziale del +24.8% in euro (+6.2% in dollari).

L’area nordamericana ha evidenziato, inoltre, le positive performance del mercato canadese, al 6° posto per incrementi assoluti delle importazioni di Fashion nel primo semestre 2015 (con +1.6 miliardi di euro, pari al 17.9% in euro), e del mercato messicano, al 10 ° posto per incrementi assoluti (+1.2 miliardi di euro, pari al +20.9% in euro).

Va, inoltre, segnalata, in Asia, la performance molto favorevole del mercato giapponese, che è risultato il secondo mercato in assoluto per contributi alla crescita delle importazioni mondiali di Fashion nel primo semestre 2015, con un incremento tendenziale di 3.2 miliardi di euro (pari a +14.2% in euro).

Per quanto concerne, invece, l’area europea, si evidenziano i positivi risultati dei mercati di Regno Unito (+3.1 miliardi di euro, pari al +15.4%), Germania (+2.4 miliardi di euro, pari al +8.2%), Francia (+1.5 miliardi di euro, pari al +7.1%), Spagna (+1.3 miliardi di euro, pari al +11.4%) e Svizzera (+1.2 miliardi di euro, pari al +11.3%), oltre che delle importazioni italiane (+11.1% in euro).

Scarica il grafico della variazione di importazioni  per il settore fashion Gen-Giu 2015 vs Gen-Giu 2015

Fonte Sistema Informativo Ulisse


Uso appropriato dei termini di resa

Uso appropriato dei termini di resa, alcune novità.

La sentenza “Electrosteel” della Corte di giustizia UE (causa C-87/10) aveva suscitato estremo interesse fra gli operatori, per avere stabilito il principio, (fino a quel momento non pacifico in giurisprudenza), secondo il quale gli Incoterms della Camera di Commercio Internazionale possono costituire una pattuizione sul luogo di consegna della merce rilevante ai fini della competenza giurisdizionale nelle controversie transfrontaliere, derivanti da contratti di compravendita di merce in ambito europeo.

Come noto, l’art. 5 n.1) del Regolamento 44/2001 stabiliva, quale foro speciale alternativo a quello generale dello Stato membro di domicilio del convenuto, quello del luogo in cui “l’obbligazione dedotta in giudizio è stata o dev’essere eseguita”, ulteriormente specificando alla lettera b) che, per i contratti di compravendita di beni, il luogo di esecuzione, salvo patto contrario, è quello, situato in uno Stato membro, in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati in base al contratto.

Già con la sentenza “Car Trim” (causa C-381/08), la Corte di Giustizia aveva interpretato la disposizione appena citata nel senso che, in caso di vendita a distanza, il luogo di consegna dovesse essere determinato in primis sulla base delle disposizioni del contratto, mentre in assenza di pattuizione detto luogo dovesse essere quello della “consegna materiale” dei beni, ovvero il luogo in cui l’acquirente abbia conseguito o avrebbe dovuto conseguire il potere di disporre effettivamente di tali beni alla destinazione finale dell’operazione di vendita.

La Corte dunque, coerentemente con la ratio del Regolamento, aveva dimostrato di preferire il cosiddetto “criterio fattuale ed economico” al criterio “normativo” – sino a quel momento seguito da una parte della giurisprudenza – secondo il quale viceversa occorreva individuare ai fini giurisdizionali il luogo di consegna della merce in base alle disposizioni della legge di volta in volta applicabile al contratto, il che spesso conduceva a risultati pratici ben diversi (cfr. ad esempio l’art. 31 della Convenzione di Vienna).

Sentenza Electrosteel

La successiva sentenza “Electrosteel” aggiungeva dunque un tassello importante, statuendo che “Al fine di verificare se il luogo di consegna sia determinato in base al contratto, il giudice nazionale adito deve tenere conto di tutti i termini e di tutte le clausole rilevanti di tale contratto che siano idonei a identificare con chiarezza tale luogo, ivi compresi i termini e le clausole generalmente riconosciuti e sanciti dagli usi del commercio internazionale, quali gli Incoterms (International Commercial Terms), elaborati dalla Camera di commercio internazionale, nella versione pubblicata nel 2000.”

Particolare rilevanza, in tale contesto, risultava attribuita al termine di resaEx Works” giacché a giudizio della Corte questo specifico termine – nell’interpretazione datane dagli Incoterms beninteso – inequivocabilmente rifletterebbe una pattuizione sulla consegna, come evidenziato dai punti A4 e B4 da cui si evince la coincidenza fra luogo di “delivery” da parte del venditore e luogo di “delivery taking” da parte dell’acquirente.

Peraltro, la Corte rimetteva al giudice del rinvio la valutazione se la clausola “Resa: Franco [nostra] sede” che era stata sottoposta alla sua attenzione nel caso specifico, corrispondesse o meno all’Incoterm “Ex Works” o comunque ad una clausola o ad un altro uso abitualmente impiegato nel commercio, idoneo a identificare con chiarezza, senza necessità di ricorrere al diritto sostanziale applicabile al contratto, il luogo di consegna dei beni conformemente a tale contratto. Coincidenza della quale, peraltro, autorevole dottrina ha, a nostro avviso condivisibilmente, dubitato.

Ad ogni modo, tale pronuncia aveva lasciato molti presagire che, mediante gli Incoterms, ed in particolare pattuendo o anche solo apponendo sui propri documenti commerciali il termine di resa “Ex Works”, le imprese fornitrici di beni destinati ad acquirenti di altri Paesi europei avrebbero potuto legittimamente assicurarsi l’accesso ai Tribunali del proprio Paese in caso di dispute derivanti dal contratto di vendita, in primis per il recupero del credito derivante dal mancato pagamento della merce fornita. Con ciò ovviando alla difficoltà di ottenere dall’acquirente l’accettazione scritta di una clausola contrattuale che prevedesse il foro competente esclusivo nel proprio Paese.

Frattanto, con effetto dal 10 gennaio 2015, il Regolamento 44/2001 veniva sostituito dal nuovo Regolamento (UE) n. 1215/2012 del parlamento europeo e del consiglio del 12 dicembre 2012 concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale. L’art. 7 del Regolamento 1215/12, peraltro, riprendeva pressoché immutate le disposizioni di cui all’art. 5 del Regolamento 44 sul punto.

Giurisprudenza italiana ed estera successiva alla sentenza Electrosteel

Sennonché, la giurisprudenza italiana ed estera che è seguita alla sentenza “Electrosteel”, si è dimostrata estremamente restrittiva nell’ammettere che un termine di resa possa concretizzare una vera e propria pattuizione sul luogo di consegna, tale da spostare la giurisdizione in un Paese diverso rispetto a quello di destinazione finale della merce.

Tutto ciò con buona pace delle aziende produttrici e fornitrici le quali, in caso di dispute, ove non si cautelino diversamente in sede contrattuale, saranno pressoché inevitabilmente costrette a litigare nel foro della parte acquirente, e ciò si badi bene quale che sia l’oggetto della lite, tenuto conto del fatto che i criteri di giurisdizione di cui ai Regolamenti europei vanno per principio ad applicarsi a qualsiasi tipo di controversia derivante dal contratto di vendita.

La sentenza della corte distrettuale di Rotterdam

Recentissimo esempio di tale orientamento restrittivo è la sentenza resa dalla corte distrettuale di Rotterdam (Rechtbank Rotterdam) in data 15.7.2015, in applicazione del nuovo Regolamento 1215/12.

Il caso è il seguente.

Una società olandese cita in giudizio una società tedesca dinanzi alla corte distrettuale di Rotterdam, chiedendo il risarcimento dei danni derivanti da difetti in un macchinario acquistato dalla prima presso la seconda.

La società tedesca contesta il difetto di giurisdizione della corte di Rotterdam con una duplice argomentazione: la presenza di una clausola nelle proprie condizioni generali di vendita indicante la giurisdizione tedesca, e – in base all’art. 7(1)(b) del Reg.1215/12 – la circostanza che la consegna del macchinario sarebbe avvenuta in Germania con la consegna al primo vettore.

La corte di Rotterdam rigetta il primo argomento per difetto di prova circa l’accettazione della clausola che fissava in Germania il foro competente (non essendo stati dimostrati i requisiti di cui all’art. 25 del Reg. 1215/12 per la validità dell’accordo).

Quanto al secondo argomento, la corte olandese individua invero il riferimento ad un Incoterm nel contratto fra le parti (in specie, il termine CPT “Carriage Paid To Rotterdam”), ma osserva come tale riferimento fosse contenuto esclusivamente nella clausola di determinazione del prezzo giacché appunto si precisava che il prezzo di acquisto doveva calcolarsi “CPT Rotterdam”.

Viceversa, nelle clausole contrattuali dedicate alla consegna non vi era menzione alcuna di un Incoterm, né in altro modo veniva precisato contrattualmente il luogo dove la consegna dovesse avvenire.

Questo è sufficiente alla corte olandese per considerare la clausola CPT come inserita al solo fine di suddividere i costi ed eventualmente i rischi del trasporto, ma non specificamente intesa a pattuire il luogo di consegna o quantomeno non in maniera rilevante per individuare la giurisdizione.

Pertanto, coerentemente con gli insegnamenti delle sentenze Car Trim ed Electrosteel, una volta esclusa la presenza di una pattuizione contrattuale sul luogo di consegna, il Rechtbank Rotterdam individua il luogo di consegna nella diversa località olandese dove il macchinario risultava essere stato effettivamente consegnato (ovvero messo a disposizione dell’acquirente nella sua destinazione finale) ossia la località di Waddinxveen, e si dichiara incompetente a decidere nell’azione per danni promossa dalla società olandese.

Esempi di sentenze in linea con la sentenza Electrosteel

Tale sentenza ad ogni modo non può certo dirsi isolata né sorprendente. Riportiamo qui di seguito alcuni esempi dell’orientamento ugualmente restrittivo, assunto dalla giurisprudenza italiana pur a seguito della pronuncia “Electrosteel”, con l’effetto di rigettare azioni legali di recupero del credito promosse da società fornitrici italiane nei confronti di acquirenti di altri Paesi UE per mancato pagamento della merce venduta:

  • Tribunale di Padova, sentenza 3 maggio 2012: “la presenza della clausola Incoterms 2000 “carriage paid to customer warehouse” non determina un mutamento del luogo di destinazione finale della merce e, dunque, del luogo in base al quale va determinato il giudice competente; …….. nel caso di specie la clausola in questione comportava solo l’obbligo per il venditore di sostenere tutte le spese di trasporto della merce fino al magazzino del cliente, rilevando, dunque, solo sulla ripartizione tra le parti dei costi, ma non determinando alcuno spostamento del luogo di consegna finale dei beni convenzionalmente pattuito.”
  • Tribunale di Piacenza, sentenza 14 maggio 2013: non rileva il riferimento agli Incoterms inserito da una sola delle parti nella propria conferma d’ordine, poiché è necessario verificare la sussistenza di una inequivoca volontà di entrambe le parti anche in tema di individuazione della giurisdizione. (Nella specie peraltro era emersa un’incongruenza tra la conferma d’ordine con clausola ex works ed i documenti di consegna che invece riportavano “franco destino”).
  • Corte di Cassazione, ordinanza 21 gennaio 2014 n.1134: “…non rilevano … le modalità di esecuzione del trasporto, il luogo di consegna delle merci al vettore, il fatto che il vettore possa essere stato incaricato dal compratore, la presenza di clausole “Frei Haus/Free of Charge/Départ usine”, in mancanza di una espressa e congiunta volontà delle parti in merito alla modificazione del luogo di consegna materiale dei beni compravenduti.”
  • Corte di Cassazione, ordinanza 14.11.2014 n.24279: non può assumere valore la dicitura Ex Works unilateralmente inserita nelle fatture della fornitrice italiana, non dimostrando un accordo contrattuale; né le indicazioni relative al luogo di presa in carico della merce contenute nei documenti di viaggio (CMR); viene per contro dato rilievo all’indicazione del luogo di consegna presso la società destinataria in Slovenia, contenuto nelle stesse CMR.
  • Tribunale di Milano, sentenza 21.1.13 n.73: non dà rilievo alla pattuizione Ex Works, pur provata, affermando che debba comunque prevalere un criterio economico che porta inevitabilmente al luogo di destinazione finale.

Conclusioni

Ci sembra peraltro di poter affermare, dall’esame delle sentenze appena citate, che, almeno nella maggior parte dei casi, la conclusione dei giudici circa l’irrilevanza del termine di resa per la definizione del luogo di consegna, pare influenzata dal non corretto utilizzo dello strumento ad opera delle parti.

Così, in alcuni casi, le decisioni fanno riferimento a clausole Ex Works non realmente pattuite, in quanto inserite in documenti unilaterali della parte venditrice (conferme d’ordine o fatture), oppure in condizioni generali di vendita non sottoscritte o sottoposte solo dopo la conclusione del contratto.

Inoltre, nei casi esaminati non sembra che i termini di resa fossero stati sempre indicati con la dizione corretta suggerita dalla stessa pubblicazione della CCI, che consiste nell’indicare la sigla del termine di resa in tre lettere (ad es. EXW), unitamente al luogo prescelto ed all’espresso riferimento agli Incoterms della Camera di Commercio Internazionale nonchè all’edizione degli stessi.
Il non corretto riferimento in sede contrattuale agli Incoterms CCI determina incertezza sull’effettiva volontà comune delle parti di interpretare il termine di resa secondo tali regole.

Anche nei casi che hanno riguardato i termini “C”, dei quali peraltro, va detto, autorevoli autori hanno posto in dubbio la valenza nel determinare il luogo di consegna per la loro stessa natura (quindi anche a prescindere dalla loro più o meno corretta designazione), pare evincersi che non fossero state rispettate le indicazioni contenute nella pubblicazione. Ad esempio, nella definizione del termine CPT “Carriage Paid To” contenuta negli Incoterms 2010, si legge “The parties are well advised to identify as precisely as possible in the contract both the place of delivery, where the risk passes to the buyer, and the named place of destination to which the seller must contract for the carriage”.

A quanto sembra, nei due casi esaminati relativi ai termini “C” la clausola menzionava solo il secondo luogo (quello sin dove il venditore dichiarava di voler sostenere i costi di trasporto) ma non il primo (quello della consegna, dove si determinava il passaggio del rischio).

Sembra quindi potersi concludere raccomandando agli operatori un’accorta gestione dei documenti contrattuali e commerciali, ivi inclusa la stesura ed il posizionamento delle clausole Incoterms, le quali possono avere rilevanza anche ai fini qui esaminati (secondo quanto stabilito nella sentenza Electrosteel) oltre che beninteso per regolamentare altri cruciali aspetti connessi all’operazione di vendita.

 

Fonti:

NEWSMERCATI (PUBBLICAZIONE DEL SISTEM CAMERALE ITALIANO)

Maurizio Gardenal
Christian Montana


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Debutta Windows 10, che fare?

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Gratis, Menu Start, Cortana, Edge: queste sono le novità essenziali di Windows 10, ufficialmente disponibile per lo scaricamento da oggi.

Vi preghiamo tuttavia di non procedere per nessun motivo ad acconsentire all’aggiornamento della vostra macchina a Windows 10.

Non è una cattiveria nei confronti di Microsoft; è una regola di buon senso che vale per qualunque nuova versione di software. Per quanto sia stata collaudata in laboratorio e dagli utenti che l’hanno scaricata in anteprima, il vero banco di prova è l’installazione di massa in condizioni reali, che fa sempre saltar fuori qualche magagna.

Anche Windows 10 non sfugge a questa regola, come dimostrano i problemi di supporto alle popolari schede grafiche Nvidia o i guai con la sincronizzazione di OneDrive.

C’è anche la bizzarra scelta di condividere automaticamente le password delle reti Wi-Fi con chiunque sia nei nostri elenchi di contatti su Outlook.com, Skype o Facebook: d’accordo, è cifrata, ma perché mai dovrei voler offrire automaticamente accesso alle reti Wi-Fi che conosco?

Per tutti questi esempi la cui lista si allungherà certamente, Vi ribadiamo di non procedere all’aggiornamento di Windows 10.”

Per qualunque dubbio potete contattarci al n. 0571-33737 o inviando una mail a info@center2000.it.